Libertà mentale dell’imprenditore: un obiettivo aziendale

Circa L'Autore

Da oltre vent'anni Giuseppe Masili opera nel settore Digital. Fondatore di Redomino, affianca aziende e organizzazioni nello sviluppo di progetti digitali con un approccio orientato agli obiettivi e al miglioramento continuo. Nei primi anni della sua carriera ha contribuito alla diffusione in Italia delle piattaforme Open Source Zope e Plone, partecipando come relatore a conferenze nazionali e internazionali e promuovendo una cultura del web aperta e collaborativa. È coautore del libro internazionale The Definitive Guide to Plone (Apress), autore di articoli sul digitale e ha preso parte, come relatore e membro di giuria, a numerose iniziative dedicate all'innovazione, tra cui il Digital Festival e Create24. Nel corso degli anni è stato inoltre intervistato da testate e media specializzati, tra cui Mashable Italia, oltre a podcast e canali dedicati all'innovazione e al futuro del lavoro. Crede nell'approccio agile come metodo per individuare rapidamente il percorso più efficace, adattandolo e migliorandolo in base ai risultati. Ama viaggiare e considera ogni viaggio un'occasione per confrontarsi con culture diverse, osservare nuovi punti di vista e trasformare ogni esperienza in uno stimolo di crescita personale e professionale.

La libertà mentale è un obiettivo aziendale

Dopo anni da imprenditore ho capito che un’azienda non deve generare soltanto fatturato. Dovrebbe riuscire a produrre anche tempo, lucidità e spazio per pensare.

Quando inizi a fare impresa hai una strana convinzione: pensi che essere bravo significhi riuscire a gestire tutto.

Clienti, collaboratori, fornitori, amministrazione, tecnologia, problemi, telefonate, decisioni.

Tutto.

E quando le cose cominciano a diventare troppe, arriva inevitabilmente la soluzione universale: la lista delle cose da fare.

Poi la lista diventa troppo lunga e inizi a organizzarla per priorità. Successivamente trovi un’app migliore per gestire le priorità. A un certo punto, probabilmente, ti servirebbe una lista per ricordarti quali liste devi controllare.

Dopo molti anni ho cominciato a pensare che il problema fosse un altro.

Forse non dovevo diventare più bravo a ricordarmi tutto.

Dovevo avere meno cose alle quali pensare.

Un costo che non compare in bilancio

Quando valutiamo qualcosa in azienda siamo abituati a chiederci: quanto costa?

100 euro.
500 euro.
1.000 euro al mese.

È comprensibile: il denaro è facilmente misurabile.

Molto più difficile è attribuire un valore all’attenzione.

Un servizio da 100 euro al mese che richiede telefonate, controlli, solleciti e verifiche potrebbe essere molto più costoso di un servizio da 150 euro che semplicemente funziona.

Quei 50 euro di differenza possono comprare qualcosa che normalmente non compare in nessun preventivo:

il fatto di non doverci più pensare.

Ed è qui che negli anni ho iniziato a cambiare prospettiva.

Non voglio necessariamente il servizio che costa meno. Voglio il servizio che, una volta scelto, possa uscire dalla mia testa.

Il problema non è il lavoro. Sono i processi rimasti aperti nella testa

Una piccola attività può richiedere cinque minuti per essere svolta e occupare la mente per dieci giorni.

Dobbiamo ricordarcela. Aspettare una risposta. Controllare. Sollecitare qualcuno. Verificare che sia stata fatta.

Le liste aiutano moltissimo a non dimenticare.

Ma c’è una differenza importante tra non dimenticare qualcosa e non doversene più occupare.

Una vera delega, ad esempio, non avviene semplicemente quando qualcun altro esegue un’attività.

Avviene quando io posso smettere di pensarci.

Ed è una differenza enorme.

Un banalissimo computer

Prendiamo un esempio molto concreto: il portatile con cui lavoriamo.

Lo acquistiamo nuovo, magari scegliendo un modello molto performante, e per qualche anno il problema semplicemente non esiste.

Poi passano quattro, cinque, sei anni.

La batteria dura meno. I software diventano più pesanti. Lo spazio diminuisce. Alcune operazioni rallentano.

La cosa curiosa è che ci abituiamo.

Finché arriva il giorno in cui non possiamo più rimandare.

E improvvisamente il computer diventa una priorità.

Bisogna capire quale modello acquistare, confrontare processori, memoria e configurazioni, capire quanto vale quello vecchio, decidere se venderlo, a chi venderlo, cancellare i dati, trasferire anni di documenti, configurare tutto nuovamente.

Il problema, quindi, non è comprare un computer.

Il problema è tutto quello che quel computer ci costringe improvvisamente a smettere di fare.

Poi arriva quello nuovo.

Lo accendiamo e spesso formuliamo la frase più scientifica dell’intero processo:

Ma come facevo a lavorare con quello di prima?

Tutto è più veloce. La batteria dura di più. Le applicazioni si aprono immediatamente. Il computer è più leggero, più efficiente, più piacevole da utilizzare.

Quei piccoli secondi risparmiati, moltiplicati per centinaia di operazioni ogni giorno e centinaia di giorni di lavoro, diventano tempo vero.

E se pagare di più costasse meno?

Esistono formule di noleggio o abbonamento che prevedono, per esempio, la sostituzione periodica del computer.

Facendo esclusivamente il conto economico potrebbe sembrare un’assurdità.

Comprare un portatile e tenerlo sei o sette anni può costare meno.

Ma abbiamo inserito nel calcolo tutto?

Quanto costa informarmi nuovamente tra sei anni?

Quanto costa decidere?

Quanto costa gestire e vendere il vecchio computer?

Quanto costa trasferire una quantità enorme di dati accumulata negli anni?

Quanto costa lavorare per molto tempo con uno strumento progressivamente meno efficiente?

E soprattutto:

quanto vale sapere che tra due anni tutto questo semplicemente non sarà un mio problema?

Non significa che il noleggio sia sempre migliore dell’acquisto.

Significa che forse abbiamo sempre calcolato male il costo.

C’è persino un piccolo paradosso

Istintivamente potremmo pensare che utilizzare un computer per sei o sette anni sia sempre la scelta più virtuosa.

Compriamo meno, spendiamo meno e apparentemente consumiamo meno.

Ma la questione è più complessa.

Un computer restituito dopo due anni conserva un valore significativo, utilizza tecnologie ancora relativamente recenti e ha molte più possibilità di essere ricondizionato e continuare la propria vita nelle mani di qualcun altro.

Dopo sette anni, invece, potrebbe avere un valore residuo molto basso e soprattutto una vita utile successiva decisamente più limitata.

Questo non significa che sostituire più frequentemente i dispositivi sia automaticamente più sostenibile: produzione, trasporto, riciclo, riutilizzo e impatto ambientale aprono un tema molto più ampio che meriterebbe un articolo dedicato.

Qui mi interessa osservare un’altra cosa.

Nel tentativo di sfruttare fino all’ultimo un oggetto potremmo aver consumato per anni una risorsa impossibile da ricondizionare:

il nostro tempo.

Dal computer a tutto il resto

Il portatile è soltanto un esempio.

Può essere l’automobile, lo smartphone, un server, un software gestionale, un servizio online, il commercialista, un fornitore, la manutenzione dell’ufficio.

Persino una stampante economica può diventare incredibilmente costosa se decide di chiedere la nostra attenzione ogni martedì mattina.

Possiamo risparmiare denaro e spendere attenzione.

Possiamo risparmiare su un servizio e pagarlo successivamente in telefonate, controlli, problemi e pensieri.

Possiamo continuare a utilizzare qualcosa perché “funziona ancora” senza accorgerci che nel frattempo sta rallentando anche noi.

Per questo oggi tendo ad aggiungere una domanda a quella classica:

Quanto costa? E quanto mi costa dovermene occupare?

Vent’anni fa forse avremmo scelto un ufficio più grande

Ed è qui che, secondo me, entra in gioco la maturità imprenditoriale.

Vent’anni fa una parte del successo di un’azienda era anche molto visibile.

Un ufficio più grande. Una sede più prestigiosa. Un arredamento più importante. Qualcosa che comunicasse all’esterno crescita e solidità.

Oggi, almeno nella nostra esperienza, una parte di quel valore si è spostata dall’apparenza all’efficienza.

Preferisco investire in qualcosa che magari nessun cliente vedrà entrando in ufficio, ma che permetterà all’azienda di funzionare meglio ogni giorno.

Automazioni.

Tecnologia.

Collaboratori competenti.

Servizi affidabili.

Procedure migliori.

Strumenti veloci.

Tutto ciò che consente di eliminare progressivamente piccole decisioni inutili.

Potremmo chiamarle infrastrutture di libertà mentale.

Forse dobbiamo ripensare persino il flusso di cassa

Un’azienda deve naturalmente produrre abbastanza denaro per pagare stipendi, fornitori, tasse, investimenti e affrontare gli imprevisti.

Ma raggiunta una certa maturità, penso possa esserci un obiettivo ulteriore.

Costruire un flusso economico che permetta all’impresa di comprare anche efficienza.

Perché accade qualcosa di molto interessante.

L’azienda genera risorse.

Una parte di quelle risorse viene investita per eliminare problemi, automatizzare processi e utilizzare strumenti migliori.

Questo libera tempo e attenzione.

Tempo e attenzione permettono di osservare meglio l’azienda.

Osservarla permette di prendere decisioni migliori.

E quelle decisioni possono generare nuove risorse.

È un circolo virtuoso.

E forse è esattamente quello che stiamo facendo anche mentre nasce questo articolo: fermarci, osservare il nostro modo di lavorare e avere abbastanza spazio mentale per chiederci se esista un modo migliore di farlo.

Essere occupati non significa essere produttivi

Per anni abbiamo quasi mitizzato l’imprenditore sempre impegnato.

Telefono, riunione, mail, problema, telefonata, emergenza.

Arrivare alla sera senza aver avuto cinque minuti liberi poteva sembrare addirittura una dimostrazione del fatto che gli affari andassero bene.

Oggi comincio a vederla diversamente.

Una mente continuamente occupata non è necessariamente una mente produttiva. È semplicemente una mente occupata.

Forse un’azienda veramente efficiente non è quella nella quale tutti corrono.

È quella nella quale esiste anche il tempo per fermarsi e domandarsi perché stiamo correndo.

Una diversa idea di maturità imprenditoriale

All’inizio pensavo che essere un buon imprenditore significasse riuscire a gestire tutto.

Oggi penso che significhi progressivamente costruire le condizioni per non dover gestire tutto.

Naturalmente organizzazione, professionalità, ottimizzazione dei processi e scelta delle persone giuste rimangono fondamentali.

Ma metterei forse uno scalino ancora più in alto:

costruire un’azienda che abbia bisogno il meno possibile della nostra testa per funzionare, lasciandola libera per le cose per cui serve davvero.

Pensare.

Immaginare.

Decidere.

Cambiare direzione.

O, qualche volta, semplicemente fermarsi.

Forse la maturità imprenditoriale sta anche qui: smettere di misurare il successo soltanto attraverso quanto riusciamo a fare e iniziare a misurarlo attraverso quanto siamo riusciti a togliere dalla nostra testa.

È un obiettivo molto diverso dal correre ogni giorno un po’ più velocemente del concorrente.

Probabilmente è più intelligente.

Sicuramente è più umano.

Cosa ne pensi?