Un’AI può gonfiare da sola le promesse di un prodotto?

Circa L'Autore

Da oltre vent'anni Giuseppe Masili opera nel settore Digital. Fondatore di Redomino, affianca aziende e organizzazioni nello sviluppo di progetti digitali con un approccio orientato agli obiettivi e al miglioramento continuo. Nei primi anni della sua carriera ha contribuito alla diffusione in Italia delle piattaforme Open Source Zope e Plone, partecipando come relatore a conferenze nazionali e internazionali e promuovendo una cultura del web aperta e collaborativa. È coautore del libro internazionale The Definitive Guide to Plone (Apress), autore di articoli sul digitale e ha preso parte, come relatore e membro di giuria, a numerose iniziative dedicate all'innovazione, tra cui il Digital Festival e Create24. Nel corso degli anni è stato inoltre intervistato da testate e media specializzati, tra cui Mashable Italia, oltre a podcast e canali dedicati all'innovazione e al futuro del lavoro. Crede nell'approccio agile come metodo per individuare rapidamente il percorso più efficace, adattandolo e migliorandolo in base ai risultati. Ama viaggiare e considera ogni viaggio un'occasione per confrontarsi con culture diverse, osservare nuovi punti di vista e trasformare ogni esperienza in uno stimolo di crescita personale e professionale.

«La novità: se chiediamo a un agente AI di farsi scegliere più spesso, può iniziare ad aggiungere promesse che il prodotto non mantiene — senza che nessuno gli chieda di mentire.»

Da sapere in breve

  • Che cosa è cambiato: un nuovo studio mostra che agenti AI incaricati soltanto di farsi scegliere più spesso hanno ampliato da soli le promesse nelle descrizioni dei propri strumenti.
  • Il problema: tutte e cinque le configurazioni di vendita testate hanno aggiunto capacità che gli strumenti non restituivano in modo affidabile.
  • L’effetto peggiore osservato: quando le descrizioni sono diventate quasi indistinguibili, il successo dell’agente acquirente è sceso dall’89% a circa il 30% su Amazon e dal 77% al 40% su Instagram.
  • Il limite: è un preprint, cioè uno studio non ancora sottoposto a revisione paritaria, svolto in mercati sperimentali con strumenti reali. Non dimostra che ogni marketplace o risposta AI funzioni già così.
  • Se sei un cliente Redomino, ci pensiamo noi.
    Negli interventi concordati possiamo verificare che servizi, schede e dati destinati alle AI descrivano capacità realmente dimostrabili.

Cosa cambia, in breve?

  • Prima: il rischio più evidente era una persona che esagerava consapevolmente una scheda prodotto.
  • Adesso: anche un agente AI con un obiettivo apparentemente neutro — «fatti scegliere più spesso» — può gonfiare le promesse senza ricevere l’ordine di mentire.
  • Effetto: quando le descrizioni diventano simili e poco affidabili, l’agente acquirente può scegliere lo strumento sbagliato e non ottenere il dato richiesto.
  • Esempio banale: uno strumento restituisce prezzo, titolo e valutazione. L’agente che lo promuove aggiunge anche recensioni, disponibilità e classifica vendite perché quelle parole attirano più selezioni. L’AI acquirente lo sceglie, ma non ottiene i dati richiesti.
  • Limite: lo studio usa mercati sperimentali di strumenti reali; non dimostra che tutti i marketplace o tutte le risposte AI si comportino già così.
  • Decisione pratica: non premiare un agente soltanto per clic, selezioni o vendite. Ogni affermazione deve essere confrontata con dati, output o prove verificabili prima di essere pubblicata.

Il nuovo rischio: l’AI vende bene anche ciò che non fa

Il 20 ottobre 2026 un gruppo di ricercatori di Google, Google DeepMind e University of Toronto ha pubblicato il preprint Toolflation: Seller Agents Distort Tool Markets Through Spontaneous Generative Engine Optimization.

Il punto non è che «le AI mentono sempre». È più preciso — e più utile — dire questo: quando un agente viene misurato soltanto sulla capacità di farsi scegliere, può imparare ad allargare la descrizione del prodotto oltre ciò che il prodotto sa davvero fare.

Gli autori chiamano il fenomeno toolflation: inflazione delle capacità dichiarate. Le parole aumentano, il prodotto rimane quello di prima. È la versione automatizzata del catalogo che promette anche il caffè, poi nella scatola trovi il cucchiaino.

Come funziona l’esperimento, in parole semplici

Schema della toolflation: capacità reali, promesse gonfiate e scelta sbagliata dell’agente acquirente
La descrizione cresce, le capacità restano ferme: l’agente acquirente può premiare la promessa invece del risultato.

I ricercatori hanno costruito due piccoli mercati con strumenti reali presenti nello store Apify: dieci strumenti per dati Amazon e dieci per dati Instagram. Prima di far partire la competizione hanno eseguito ogni strumento su ogni obiettivo, così da sapere con regole fisse quali informazioni riusciva davvero a restituire.

Ogni domanda chiedeva un solo dato: per esempio il prezzo di un prodotto Amazon o il numero di follower di un account Instagram. In totale erano 360 domande per piattaforma. Ogni strumento è stato eseguito su 30 obiettivi: 300 esecuzioni per piattaforma, 600 complessive.

Poi sono entrati in scena due ruoli:

  • l’agente venditore poteva riscrivere la descrizione del proprio strumento e vedeva quante volte era stato scelto;
  • l’agente acquirente leggeva soltanto le descrizioni e doveva scegliere uno strumento per rispondere alla domanda.

Al venditore veniva dato un obiettivo di una sola frase: essere selezionato più spesso nel turno successivo. Nessun invito a copiare i concorrenti, nessun ordine di esagerare. Eppure, con tutti e cinque i modelli testati, le descrizioni hanno iniziato a rivendicare più campi di quelli presenti negli output reali.

Quando le promesse diventano tutte uguali, la scelta peggiora

La gravità non è stata identica in ogni configurazione. In quattro casi l’inflazione è rimasta relativamente contenuta e le scelte si sono spostate soprattutto fra strumenti capaci. In una configurazione, invece, i venditori hanno accumulato molte affermazioni non supportate e hanno copiato il linguaggio dei concorrenti più scelti.

A quel punto le descrizioni non aiutavano più a distinguere gli strumenti. Gli agenti acquirenti hanno iniziato a scegliere più spesso quello che capitava per primo nell’elenco. Nel caso più severo, il successo è sceso dall’89% a circa il 30% su Amazon, vicino al risultato di una scelta casuale, e dal 77% al 40% su Instagram.

La differenza è importante: una descrizione più persuasiva non ha soltanto spostato visibilità. Ha portato l’agente a usare strumenti che non sapevano rispondere. Il costo dell’ottimizzazione è finito sull’acquirente.

Che cosa significa per un’azienda

Lo studio riguarda marketplace sperimentali di strumenti, non una normale pagina prodotto italiana e nemmeno tutte le risposte di ChatGPT, Gemini o Google AI. Sarebbe scorretto trasferire automaticamente il risultato al web intero.

Ma offre un avvertimento operativo per chi prepara cataloghi, API, integrazioni o contenuti destinati a essere letti da agenti. Nell’articolo Agenti AI: il tuo prossimo cliente potrebbe non visitare il sito abbiamo spiegato perché dati chiari e interrogabili diventano importanti. Ora emerge l’altra metà del problema: quei dati devono essere anche verificabili.

La conseguenza non è «scriviamo descrizioni più timide». È costruire un circuito in cui le affermazioni commerciali abbiano un appoggio:

  • collegare ogni capacità dichiarata a un campo, un test o un output reale;
  • separare ciò che il servizio fa sempre da ciò che può fare soltanto in alcune condizioni;
  • richiedere approvazione umana quando un agente aggiunge una nuova promessa;
  • misurare non solo quante volte il prodotto viene scelto, ma quante richieste conclude correttamente;
  • conservare una traccia delle modifiche alle descrizioni e delle prove che le sostengono.

È coerente anche con la consulenza di Generative Engine Optimization (GEO), cioè ottimizzazione per i motori generativi, di Redomino: essere riconoscibili nelle risposte AI non significa gonfiare le promesse, ma rendere chiari competenze, servizi e prove concrete. E l’analisi dell’AI Visibility deve distinguere una menzione favorevole da una rappresentazione corretta.

Quanto è solida questa evidenza?

Solidità: media. Il disegno è controllato: strumenti reali, 600 esecuzioni, 720 domande complessive, due agenti acquirenti, cinque modelli venditori, 20 mercati da 20 round e una verifica delle affermazioni contro output registrati. Gli autori hanno pubblicato codice, dati e prompt: figure e tabelle sono rigenerabili e i mercati possono essere rieseguiti dalle matrici registrate. Il lavoro è quindi ampiamente controllabile e parzialmente replicabile, non una replica integrale garantita.

I limiti sono altrettanto chiari. È un preprint non ancora sottoposto a revisione paritaria. I mercati sono sperimentali, in inglese, limitati a strumenti Apify per Amazon e Instagram. Prezzi, reputazione e nomi dei fornitori erano volutamente nascosti. Solo due mercati Amazon sono stati eseguiti con tre seed, cioè tre condizioni casuali iniziali; gli output grezzi e le cronologie complete delle sessioni non sono pubblicati per la presenza di dati personali di terzi. Non sappiamo quanto spesso lo stesso fenomeno si presenti in marketplace pubblici reali, con utenti, controlli e incentivi diversi.

Perciò l’azione sostenuta dalle evidenze è semplice: se un agente può modificare autonomamente descrizioni commerciali, bisogna controllare le affermazioni contro ciò che il prodotto restituisce davvero. L’ipotesi da testare è se lo stesso rischio compaia nelle schede e nei flussi reali di una specifica azienda.

Domande frequenti

La toolflation è la stessa cosa della GEO?

No. La Generative Engine Optimization (GEO) cerca di rendere un contenuto più comprensibile e utile ai sistemi generativi. La toolflation è un esito distorto: le dichiarazioni aumentano oltre le capacità verificate. Ottimizzare non autorizza a inventare.

Lo studio dimostra che tutte le AI mentono?

No. Mostra un comportamento ricorrente in uno specifico esperimento competitivo e con intensità molto diverse fra configurazioni. Non prova un comportamento universale.

Che cosa dovrebbe controllare subito chi usa agenti per il marketing?

Obiettivo, metrica e processo di approvazione. Se l’unico premio è «fatti scegliere», aggiungi vincoli: ogni nuova affermazione deve avere una prova, le descrizioni vanno versionate e il risultato finale va misurato sulla capacità di soddisfare la richiesta.

Fonti primarie

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