Meta penalizza i contenuti AI? Il problema non è l’intelligenza artificiale

Circa L'Autore

Da oltre vent'anni Giuseppe Masili opera nel settore Digital. Fondatore di Redomino, affianca aziende e organizzazioni nello sviluppo di progetti digitali con un approccio orientato agli obiettivi e al miglioramento continuo. Nei primi anni della sua carriera ha contribuito alla diffusione in Italia delle piattaforme Open Source Zope e Plone, partecipando come relatore a conferenze nazionali e internazionali e promuovendo una cultura del web aperta e collaborativa. È coautore del libro internazionale The Definitive Guide to Plone (Apress), autore di articoli sul digitale e ha preso parte, come relatore e membro di giuria, a numerose iniziative dedicate all'innovazione, tra cui il Digital Festival e Create24. Nel corso degli anni è stato inoltre intervistato da testate e media specializzati, tra cui Mashable Italia, oltre a podcast e canali dedicati all'innovazione e al futuro del lavoro. Crede nell'approccio agile come metodo per individuare rapidamente il percorso più efficace, adattandolo e migliorandolo in base ai risultati. Ama viaggiare e considera ogni viaggio un'occasione per confrontarsi con culture diverse, osservare nuovi punti di vista e trasformare ogni esperienza in uno stimolo di crescita personale e professionale.

Meta penalizza i contenuti creati con l’intelligenza artificiale?

Con ChatGPT che scrive, generatori AI che producono immagini e strumenti capaci di realizzare video sempre più realistici, la domanda comincia a circolare parecchio.

La risposta, almeno per ora, è molto più semplice:

Meta non sembra voler penalizzare un contenuto perché è stato creato con l’AI. Vuole penalizzare i contenuti che non portano valore.

E sono due cose molto diverse.

Contenuti AI su Facebook e Instagram: nessuna penalizzazione automatica

Utilizzare ChatGPT per una caption, creare uno storyboard con l’AI o utilizzare strumenti generativi per produrre un’immagine non significa automaticamente perdere visibilità su Facebook o Instagram.

Meta può identificare determinati contenuti generati o modificati con AI e applicare l’indicazione “AI info”.

Ma etichettatura e penalizzazione sono due cose differenti.

Ci sono inoltre situazioni, soprattutto con video fotorealistici e audio realistici creati o modificati digitalmente, nelle quali la disclosure diventa importante o richiesta.

Il principio generale, però, rimane: AI non significa automaticamente minore reach.

Il vero problema è il contenuto che non aggiunge niente

Qui la questione diventa decisamente più interessante.

Meta sta spingendo sempre più verso contenuti originali e riducendo la priorità di spam, duplicazioni, repost e produzione ripetitiva.

Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale può diventare indirettamente un problema.

Non perché sia AI.

Ma perché oggi permette di produrre con una facilità impressionante:

100 caption.
200 immagini.
500 varianti dello stesso post.
10.000 contenuti che, alla fine, non dicono niente di nuovo.

Abbiamo improvvisamente una macchina capace di produrre contenuti praticamente senza limiti.

Fantastico.

Peccato che nessuno abbia detto che dobbiamo pubblicarli tutti.

AI e contenuti originali: cambia il modo di lavorare

La domanda quindi non dovrebbe essere:

“Come facciamo a non far capire a Meta che abbiamo usato l’AI?”

Dovrebbe essere:

“Come utilizziamo l’AI per creare qualcosa che valga la pena vedere?”

E cambia completamente il lavoro.

L’AI può occuparsi di brainstorming, script, headline, caption, storyboard, traduzioni, varianti creative, immagini e video.

Poi possiamo aggiungere ciò che rende quel contenuto realmente nostro:

esperienza, opinione, persone, prodotto, dati aziendali, fotografie, video, storytelling e competenza.

L’intelligenza artificiale diventa quindi uno strumento di produzione, non la fonte del valore.

Da SEO e GEO ai social: stiamo tornando sempre allo stesso punto

La cosa curiosa è che sta succedendo qualcosa di molto simile anche nei motori di ricerca.

Con la SEO cerchiamo di creare contenuti utili per Google.

Con la GEO, Generative Engine Optimization, vogliamo diventare fonti sufficientemente autorevoli da essere comprese e utilizzate da ChatGPT, Gemini e dagli altri motori AI. Se vuoi orientarti tra le sigle, qui trovi la nostra guida a SEO, GEO e AEO.

Ne abbiamo parlato proprio nell’articolo “GEO e autorevolezza: come farsi trovare e scegliere dai motori AI”: prima il nostro sito deve diventare una fonte autorevole su ciò che facciamo, poi il resto del Web può fornire conferme altrettanto autorevoli.

Se non lo hai ancora letto, lo trovi nell’Osservatorio Redomino: “GEO e autorevolezza: come farsi trovare e scegliere dai motori AI”.

Sui social Meta sembra portarci nella stessa direzione: distinguere ciò che è originale da ciò che è semplicemente duplicato, ripetitivo o costruito per manipolare la distribuzione.

Cambiano gli algoritmi.

Cambiano le piattaforme.

Cambiano gli acronimi.

Ma continuiamo ostinatamente a tornare nello stesso posto.

Forse il futuro dei contenuti online è molto meno complicato di quanto pensiamo.

Usa l’AI quanto vuoi. Ma aggiungi qualcosa che prima non c’era.

Domande frequenti sui contenuti AI di Meta

Meta penalizza automaticamente i contenuti creati con l’AI?

No. L’uso dell’intelligenza artificiale non comporta automaticamente una penalizzazione: il problema riguarda soprattutto contenuti poco originali, ripetitivi o di scarso valore.

L’etichetta “AI info” riduce la visibilità?

L’etichetta serve a segnalare determinati contenuti generati o modificati con AI e non equivale, di per sé, a una penalizzazione della reach.

Come usare l’AI senza impoverire i contenuti?

Usandola per accelerare produzione e brainstorming, ma aggiungendo esperienza, dati, opinioni, immagini, persone e competenze che rendano il contenuto realmente originale.

Oppure possiamo dirla ancora più semplicemente.

Dai valore. E tutto avverrà per magia.

Fonti

Cosa ne pensi?